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CENTRO DI OTORINOLARINGOIATRIA
Novità e Progressi nella Diagnosi e nella Terapia dell'Acufene

a cura del
Dr. Andrea La Torre
Medico Chirurgo
Otorinolaringoiatra


Con il termine ACUFENE o ACUFENI (in inglese TINNITUS) viene definita, in medicina, la percezione di un rumore in assenza di qualunque sorgente sonora. Si tratta di un fenomeno estremamente frequente, descritto con caratteristiche variabili (sibilo, ronzio, fischio, rombo, fruscio…). L'acufene può essere l'unico sintomo presente o può accompagnarsi, nel tempo o sin dall'inizio, a riduzione dell'udito (ipoacusia), vertigini ricorrenti o disequilibrio soggettivo, senso di ovattamento o pressione nell'orecchio, tutti sintomi da alterazioni dell'orecchio interno che se tutti associati e presenti nello stesso paziente permettono di usare la definizione di malattia o sindrome di Meniere.

In questo lungo documento, dopo una breve introduzione e dopo aver fornito basi di anatomia e fisiologia dell'orecchio e dell'apparato uditivo ci addentreremo nella descrizione dei meccanismi alla base dell'acufene, del procedimento diagnostico per studiare questi disturbi e del trattamento da noi proposto accennando anche ad altre teorie e trattamenti (inclusa l'ormai nota TRT) molti dei quali purtroppo privi di alcuna logica o appena sperimentali. Rispetto a solo qualche anno fa in questo settore sono stati compiuti progressi notevoli, derivanti dalla scoperta che la maggior parte degli acufeni sono causati in parte o in tutto da una disfunzione reversibile dell'orecchio interno e non da un danno irreversibile permanente, come testimoniato dalla frequente fluttuazione di intensità dell'acufene stesso.

A dispetto di quanto i pazienti si sentono ancora dire da molti medici specialisti e non, grazie alle maggiori conoscenze sugli acufeni e sulle cause sottostanti, sono disponibili protocolli di trattamento che si sono rivelati già da tempo estremamente efficaci, in grado di ottenere la riduzione e spesso perfino la scomparsa dell’acufene in molti casi.

Nella maggior parte dei pazienti più che l'espressione di un danno permanente a carico di cellule ciliate o nervi, imputati a priori senza alcuna ragione da molti specialisti con un atteggiamento disfattista, il sintomo, di per sé molto frequente, deriva infatti da un aumento della pressione dei liquidi cocleari (idrope, da tutti tenuto in considerazione solo in caso di evidente e classica Malattia di Meniere) che comprimendo e deformando le cellule ciliate determina la loro stimolazione autonoma e quindi l'acufene stesso.

Ma anche qualora l'acufene sia in effetti espressione di alterazioni irreversibili (il che è davvero molto meno frequente di quanto non si creda e comunque mai davvero dimostrabile con assoluta certezza), mediante altri trattamenti, in particolare mediante specifici trattamenti farmacologici sul sistema nervoso centrale, con la Tinnitus Retraining Therapy - TRT una terapia ormai nota anche in Italia, oggi però molto da ridimensionare in quanto richiede però una accurata selezione dei pazienti da trattare e presenta numerosi limiti di applicazione) o con altre tecniche di mascheramento (Sound Therapy o Noise Therapy), è comunque possibile ridurre o eliminare, nella maggior parte dei pazienti questo fastidioso disturbo, nonostante ancora non sia possibile assicurare l'assenza di possibili recidive comunque trattabili. Oltre al trattamento specifico di una disfunzione reversibile causata dai liquidi labirintici, alle terapie farmacologiche con neurofarmaci ed eventualmente alla TRT non esistono a tutt'oggi altre terapie realmente efficaci nonostante quanto è spesso possibile reperire in Internet. La diffusione della "domanda" da parte dei pazienti ha infatti purtroppo anche moltiplicato "l'offerta" di terapie diverse spesso puramente speculative e che si diffondono sempre più solo grazie alla disperazione e a volte, purtroppo anche all'ingenuità dovuta alla scarsa preparazione specifica degli stessi pazienti.

L'acufene soggettivo, del quale ci occuperemo in questo documento, deve essere però ben distinto dalla percezione dei ben più rari rumori endoauricolari o periauricolari di tipo meccanico, vibratorio, intermittente o pulsante. Si tratta in questo caso di veri "rumori" effettivamente generati a livello dell'orecchio o di strutture in prossimità dell'orecchio, che riconoscono (ad eccezione forse dell'acufene pulsante, sincrono con il battito cardiaco, per il quale è possibile vi sia una causa simile) generalmente tutt'altro meccanismo (muscolare, articolatorio ecc). Spesso, erroneamente, sono stati per anni definiti "acufene oggettivo" per distinguerli dall'acufene vero e proprio, fenomeno bioelettrico generabile solo a livello dell'orecchio o delle vie uditive, non percepibile o registrabile come rumore da un esaminatore esterno o da un particolare accertamento diagnostico, in quanto esperienza "privata" (ma reale, non certo immaginata o inventata) tra l'orecchio ed il cervello del paziente stesso.


AVVISO: Le informazioni fornite in questo sito non possono sostituire la valutazione diretta da parte dello specialista sebbene siano certamente utili ad integrare la visita specialistica stessa ovunque questa venga effettuata e rispecchiano l'approccio diagnostico e terapeutico e le opinioni personali del Dr. Andrea La Torre che, seppur fondate su basi scientifiche, sul ragionamento clinico e sull'esperienza diretta, spesso differiscono da quelli di altri centri e specialisti e non sono necessariamente riconosciuti da tutti. Questo sito, nato nel 1999, ha finalità informative e non pubblicitarie dell'attività del Centro o di singoli specialisti.

II
L'Orecchio e l'Udito. Come è fatto. Come funziona.

Quando percepiamo un messaggio sonoro, le onde meccaniche-acustiche, captate dal padiglione auricolare e convogliate lungo il condotto uditivo esterno, mettono in vibrazione la membrana del timpano e la catena degli ossicini (martello, incudine, staffa) a questa collegata. L’ultimo degli ossicini, la staffa, trasmette la vibrazione ai liquidi dell’orecchio interno che circolano nel labirinto, e con il tramite di questi, la vibrazione giunge a stimolare i recettori della coclea (orecchio interno), le cosidette cellule ciliate. Questi recettori, fondamentali per la percezione uditiva, non possiedono capacità rigenerativa dopo un danno acuto o una degenerazione progressiva, il che rende irreversibili le alterazioni permanenti delle cellule ciliate. Compito delle cellule ciliate è quello di trasformare lo stimolo meccanico acustico in un segnale biolettrico che, viaggiando lungo il nervo acustico e successivamente lungo le vie acustiche centrali ed attraverso i vari centri nervosi, giunge a livello della corteccia cerebrale, dove il segnale sonoro viene percepito attivamente.

[Struttura tridimensionale dell'orecchio]

La corretta percezione uditiva richiede quindi un condotto uditivo pervio, una membrana timpanica integra e capace di vibrare, il che necessita di una pressione identica sui due versanti del timpano (assicurata dalla tuba di Eustachio, che collega l'orecchio medio all'area retrostante le cavità nasali), una catena degli ossicini mobile, senza interruzioni e normalmente collegata alla membrana timpanica da un lato ed alla coclea dall’altro, la presenza di liquidi dell’orecchio interno in quantità idonea ma non eccessiva, l’integrità funzionale delle cellule ciliate, veri e propri recettori dell’apparato uditivo, e l’assenza di alterazioni a livello del nervo acustico che impediscano al segnale bioelettrico generato dalla coclea di viaggiare fino ai centri nervosi cerebrali.

Ogni disfunzione di una o più di queste componenti dell’apparato uditivo può essere responsabile di una ipoacusia, ovvero di una riduzione della capacità uditiva, di entità differente a seconda dell'importanza funzionale dell’alterazione e di tipo differente a seconda della sede intessata dalla patologia, ma solo una disfunzione o un danno dell'orecchio interno (labirinto) o del nervo acustico o delle vie uditive centrali può generare un acufene. La comparsa di un acufene in occasione di patologie dell'orecchio esterno o medio (esampio otite o un banale tappo di cerume) è determinata generalmente dalla concomitanza dell'ipoacusia che può rendere evidente l'acufene stesso, ma non generarlo ex-novo.

Oltre alla funzione uditiva, l'orecchio interno è implicato anche, con la sua porzione posteriore (labirinto posteriore) nel sistema dell'equilibrio, il che spiega la possibile presenza di vertigini e/o disturbi dell'equilibrio nelle patologie interessanti questo settore e la necessità di studiare anche quest'area del labirinto se si desidera comprendere lo stato funzionale specifico dell'orecchio interno di ciascun paziente, anche in assenza di vertigini manifeste.

Le conoscenze sull'anatomia e la fisiologia dell'orecchio interno, sede primaria di genesi degli acufeni, non sono ancora complete, consentono ancora numerose ipotesi e allo stesso tempo giustificano le difficoltà che si incontrano quando ci sia addentra in questo settore, poiché non è possibile, salvo distruggendolo e con la conseguenza di una perdita totale ed immediata delle sue funzioni, "vedere" direttamente all'interno dell'orecchio interno di un paziente, come è possibile fare, ad esempio, per l'orecchio esterno, per la membrana del timpano e in presenza di una perforazione o durante chirurgia perfino per l'orecchio medio ed i suoi ossicini. La maggior parte degli esperimenti scientifici effettuati sull'orecchio interno viene effettuata, in tutto il mondo, su animali in laboratorio, senza che le stesse conclusioni possano essere adattate automaticamente all'orecchio umano, in particolar modo nel settore degli acufeni, dei quali a quanto ci risulta (e nonostante alcuni scandalosi titoli giornalistici, che appaiono occasionalmente qua e là su riviste di settore) nessuno si è mai lamentato di soffrire di acufeni. Ciò nonostante sembra ormai confermato che le cellule ciliate dell'orecchio interno umano non sono in grado di rigenerarsi dopo una lesione, e quindi di dare disturbi reversibili o ricorrenti, e di ciò bisogna tener conto in presenza di un acufene reversibile, spontaneamente o dopo terapia o che manifesti evidenti fluttuazioni di intensità (volume), certamente poco compatibili con l'ipotesi di un danno permanente e immodificabile.

In sintesi, l'orecchio e l'apparato uditivo sono strutturalmente e funzionalmente molto complessi, ma dei diversi settori di suddivisione schematica dell'apparato uditivo stesso (orecchio esterno, medio, interno, nervo acustico, vie uditive) solo l'orecchio interno, il nervo acustico e le vie uditive centrali possono essere responsabili della genesi dell'acufene. A livello dell'orecchio interno bisogna distinguere una componente fissa, cellule e nervi, incapace di rigenerarsi dopo un danno, ed una componente variabile, i liquidi, capace di variare il suo volume e la pressione esercitata su cellule e nervi. Questa distinzione è fondamentale ai fini del trattamento poiché mentre non siamo in grado di rigenerare strutture neurosensoriali danneggiate (cellule e nervi), una terapia per regolare il volume dei liquidi esiste e può essere spesso efficace
III
La Diagnosi: Possibilità e Limiti

Mediante un accurato protocollo diagnostico, che richiede necessariamente una attenta analisi delle caratteristiche del sintomo, tempo da dedicare a ciascun paziente, tanta pazienza e voglia di spiegare e di comprendere, ma anche attrezzature diagnostiche particolari, è oggi praticamente sempre possibile riconoscere ed identificare il ruolo dell'apparato uditivo quale sorgente degli acufeni, cosa peraltro attesa già dalla natura stessa del sintomo, ben difficilmente producibile al di fuori dell'aparato uditivo stesso.

La dispersione delle ipotesi diagnostiche (quando ne viene fatta una), verso altre strutture o apparati del nostro organismo deriva principalmente dalla mancata effettuazione di indagini accurate (che oggi richiedono, attrezzature alla portata di tutti, non essendo più necessari decine di indagini come da noi effettuato per anni di intensa ricerca specifica) per studiare l'orecchio e dal poco tempo che generalmente viene dedicato all'analisi razionale delle caratteristiche stesse del disturbo riferito dal paziente (che richiede al medico solo almeno un orecchio per ascoltare il paziente, una bocca per fare domande e dare spiegazioni, un cervello per pensare, e tanta buona volontà, pazienza e passione per quello che si sta facendo, tutte cose che, almeno queste, dovrebbero teoricamente essere in dotazione per qualunque medico). A ciò va aggiunta una notevole dose di scarsa "autostima" di molti medici che ritengono di non potersi permettere idee discordanti da "quanto dicono tutti" o dalla "letteratura scientifica consolidata". Usando solo le idee degli altri, magari senza nemmeno preoccuparsi di verificarle, senza tentare di formulare una propria personale ipotesi, in questo settore, ma forse in tutta la medicina, non si va davvero lontano!!

Solo fastidio o possibile pericolo?

In primo luogo (e questa è la prima cosa che i pazienti più apprensivi desiderano sapere), in senso statistico, l'acufene non è quasi mai espressione di una patologia pericolosa per la vita o di un tumore, se si eccettua la possibilità (molto più rara di quanto non si creda ma comunque da considerare sempre) di un neurininoma dell'acustico (tumore benigno generato dalla guaina del nervo, la cui lenta crescita può essere pericolosa per le strutture vicine) o di altri tumori benigni che coinvolgano il nervo. Quest'ipotesi (alla quale il medico deve sempre pensare, ma che non deve allarmare eccessivamente il paziente) è comunque facilmente escludibile mediante un esame specifico (potenziali evocati uditivi) senza alcuna necessità di eseguire quale primo esame una risonanza magnetica in tutti i pazienti con acufeni. La risonanza magnetica andrà comunue richiesta in tutti i casi dubbi o che presentino una qualche minima alterazione dei potenziali evocati.
Non è poi assolutamente vero che vi siano stati pazienti che si sono suicidati per colpa dell'acufene. Casi simili sono da attribuire a gravi patologie psichiatriche preesistenti o predisponenti, che ogni medico dovrebbe saper quanto meno sospettare, ricorrendo ove necessario ad una consulenza psichiatrica, e non all'acufene in sé.
Non è nemmeno vero che la comparsa di un'acufene sia necessariamente e obbligatoriamente espressione di un rischio di futura sordità, se non già presente, sebbene certamente la disfunzione sottostante dell'orecchio possa in alcuni pazienti evolvere con comparsa di altri futuri sintomi. E quando l'acufene si associa a sordità questi due sintomi sono entrambi generati da una causa comune. E' errore frequente del paziente credere che il suo udito sia abbassato per colpa dell'acufene, che può essere peraltro presente anche in persone con udito perfetto.

Acufene e disfunzione idromeccanica reversibile dell'orecchio interno

Oggi è possibile individuare numerosi casi, ben più numerosi di quanto si credesse un tempo (oltre il 70%), nei quali l'acufene è espressione di una disfunzione reversibile dei liquidi dell'orecchio interno (disfunzione idromeccanica reversibile dell'orecchio interno), per la quale esistono trattamenti efficaci nei pazienti correttamente trattati. Alterazioni dei liquidi dell'orecchio interno (idrope della perilinfa e/o endolinfa), dalla maggior parte degli specialisti ancora oggi ritenute responsabile solo di alcuni quadri patologici specifici (malattia o sindrome di Meniere, idrope endolinfatico con sordità fluttuante) risultano, infatti, nella nostra diretta esperienza, una delle più frequenti cause di disturbi dell'orecchio e dell'apparato uditivo (non solo acufeni, ma anche riduzione dell'udito, vertigini, sensazione di ovattamento auricolare o pressione nell'orecchio...). Per una trattazione generale sul ruolo dei liquidi dell'orecchio interno quale causa di acufeni, vertigini, sordità, ovattamento ed altri sintomi è disponibile sul sito un apposito documento.

L'anamnesi e la valutazione delle caratteristiche del sintomo acufene

Fondamentali, nella valutazione di ogni acufene, sono il colloquio con il paziente (che non può certo essere limitato a pochi minuti, come avviene tradizionalmente, ma richiede tempo, pazienza e voglia di spiegare e di comprendere le esigenze specifiche di chi si rivolge ad uno specialista) e l'anamnesi, ovvero la raccolta delle caratteristiche di disturbi riferiti dal paziente e della loro evoluzione, nonché dei possibili disturbi associati concomitanti o comparsi in passato, eventualmente integrata dalla compilazione di particolari questionari. Con una attenta analisi delle caratteristiche del disturbo è spesso evidente già nel racconto del paziente la presenza di fluttuazioni di intensità fino addirittura alla scomparsa spontanea per brevi o lunghi periodi, che già di per sé rende improbabile l'ipotesi di un "danno irreversibile".

Le indagini strumentali

Sebbene oggi tendiamo a dare maggior importanza alle caratteristiche di fluttuazione o meno dlel'acufene e all'associazione con altri disturbi, quando le caratteristiche fluttuanti del sintomo non permettano già di attribuire al liquidi labirintici la responsabilità dell'acufene, assumono importanza anche le indagini funzionali, che non possono certo limitarsi ad un semplice esame audiometrico, magari peraltro eseguito in modo errato, ma devono studiare anche l'attività delle cellule ciliate e dei nervi acustici.

NB: Nel nostro attuale protocollo oggi, dopo anni di attività clinica e di ricerca specifica su disturbi a carico dell'orecchio interno, che ci ha nno permesso di sviluppare protocolli di terapia efficaci, molti esami non sono nemmeno più indispensabili in tutti i casi vista la prevedibilità del'esito. Informazioni sugli esami audiovestibolari oggi effettuati per lo studio dell'orecchio interno sono disponibili nell'apposito file "Gli esami diagnostici in Audiologia e Vestibologia". (si aprirà una nuova finestra).

Non hanno invece utilità indagini di laboratorio a tappeto, se non ai fini della valutazione di eventuali controindicazioni al trattamento, o l'esame doppler dei vasi epiaortici (che non hanno nulla a che vedere con l'acufene, visto che un problema circolatorio a questo livello avrebbe conseguenze cerebrali molto più gravi), o le radiografie della cervicale, che non c'entra nulla con gli acufeni e nemmeno con eventuali vertigini associate, la TAC che davvero non permette di ricavare nessuna informazione o le consulenze odondoiatriche sulla base di un ipotetico ruolo della articolazione temporo-mandibolare.

La valutazione degli aspetti psico-emotivi e del grado di fastidio "soggettivo"

Al di là dell'aspetto audiologico "tecnico" della diagnosi e della ricerca della causa sottostante, è fondamentale che il paziente stesso sia studiato e compreso dal punto di vista dell'impatto psico-emotivo con l'acufene stesso, ricorrendo anche, se necessario, a specifici questionari, e degli eventuali fattori predisponenti. La visita non deve cioè solo essere indirizzata a studiare l'acufene e l'orecchio, ma anche e soprattutto la persona che cerca aiuto (o magari solo spiegazioni serie) per questo disturbo. Lo stesso tipo di problema potrebbe infatti essere insopportabile per un paziente e ben gestito da un altro, che magari ha solo bisogno di essere solo tranquillizato. In alcuni pazienti la valutazione effettuata durante il colloquio con il paziente deve però essere necessariamente integrata da una consulenza specialistica psichiatrica, soprattutto in presenza di disturbi rilevanti.

Ciascun acufene d'altronde comporta sempre una componente psico-emotiva e di stress, in duplice rapporto reciproco di causa e conseguenza. Se la sorgente dell'acufene è quasi sempre nell'orecchio interno o nell'apparato uditivo (e oggi sappiamo riconoscerla) è però vero anche che il grado di fastidio generato dall'acufene è un fattore squisitamente cerebrale che nulla ha a che fare con l'orecchio. Ma la stessa causa principale di acufeni, l'eccesso di liquidi nell'orecchio interno risente in modo peculiare dello stress e dello stato psichico del paziente stesso. Talvolta una opportuna terapia contro stress o disturbi psichiatrici deve addirittura essere fatta precedere alla stessa terapia specifica dell'acufene, potendo peraltro ottenere già da sola risultati importanti in termini di riduzione del fastidio.

Le conclusioni diagnostiche

Obbiettivo del procedimento diagnostico nel settore dell'acufene non è tanto quello dare un nome specifico alla "patologia sottostante", ricordando che "acufene" è un termine che indica un sintomo, non una malattia, ma quello di dare una definizione all'acufene ai fini di una possibile terapia. Molti pazienti, erroneamente "istruiti" da precedenti viste o da informazioni raccolte qua e là, si domandano se il loro fischio (o sibilo, o ronzio, fruscio o altro) sia un acufene o meno, attribuendo al concetto di "acufene" il verdetto della non curabilità. Precisiamo subito allora che "acufene" o "acufeni" (e non "acufenia" o "acufeme", termini coniati da alcuni pazienti che non significano nulla), significa semplicemente in "medichese", "percepisco un rumore" (dalle corrispondenti radici greche, come in quasi tutta la medicina). Sinonimo di acufene è la parola "tinnitus", usata in inglese ed in altre lingue, dal latino, o l'italianizzazione (poco usata) "tinnito". Quindi chiunque percepisce, transitoriamente o stabilmente, un rumore di qualunque tipo non prodotto da una sorgente sonora ha un acufene, ma questa non è una diagnosi, ma solo la "traduzione" medica di un sintomo riferito dal paziente, così come se il paziente dice "non sento bene", diciamo che ha una "ipoacusia", se gli gira la testa che soffre di "vertigine" o se ha mal di testa che ha una "cefalea". In sintesi, dire "mi hanno diagnosticato un acufene" è una affermazione priva di senso.

D'altronde dal punto di vista terminologico non è semplice fare la "diagnosi", visto che la cattiva abitudine di gettare la spugna prima ancora di tentare di capire la provenienza dell'acufene stesso ha fatto sì che diagnosi ben definite per parlare di patologie dell'orecchio interno non esistano (se si esclude qualche definizione accettata tipo "malattia di Meniere"). Lo stessa definizione di "disfunzione" (ovvero qualcosa che non funziona correttamente) + "idromeccanica" (ovvero legata ad una azione meccanica dei liquidi) ce la siamo dovuta inventare in quanto il termine "idrope" (ovvero "eccesso di liquido") è per abitudine attribuito solo a situazioni che comportino transitorie riduzioni dell'udito e ufficialmente richiederebbe un esame anatomo-patologico (ovvero l'autopsia). Sic!! E allora cosa dire al paziente al termine della visita?

Fino a qualche anno fa, quando il trattamento primario era rappresentato dalla TRT (vedere in seguito), prima di comprendere la frequenza stessa nella popolazione generale della disfunzione idromeccanica causata dall'eccesso di liquidi labirintici, sulla base della visita e dei vari accertamenti proponevamo una classificazione degli acufeni in acufeni di tipo "parafisiologico", presenti, in assenza di patologia, anche in persone perfettamente sane, acufeni "esito" di eventi patologici non più in grado di determinare ulteriori problemi, ma probabilmente anche irreversibili (danni) o acufeni "sintomo" di patologie ancora attive con fluttuazioni, riservando al trattamento con TRT solo i primi due gruppi di pazienti.

Oggi sappiamo che in realtà in ogni acufene non è mai realmente fisiologico o necessariamente sempre patologico, proprio perché è la disfunzione reversibile di tipo idromeccanico dei liquidi dell'orecchio interno, causa principale di acufeni ad essere estremamente frequente, anche in persone che non riferiscono alcun disturbo, e non sempre "patologica", il che rende sfumato il confine tra fisiologia e patologia, spingendoci a considerare patologico o meno un acufene in base al fatto che determini un fastidio o meno o che si associ ad altri sintomi e non per la sua presenza in sé.

Oggi preferiamo pertanto parlare di acufene reversibile o irreversibile riferendoci alla sua reversibilità spontanea o in assenza di questa, alla possibilità di ridurlo o farlo scomparire con una terapia specifica, parallelamente alla modifica della alterazioni misurabili sottostanti, quando già questo non avvenga spontaneamente, come in molti casi. L'acufene reversibile (anche probabilmente quei brevi fischi fischi che occasionalmente quasi tutti possono avvertire) è quasi sempre espressione di una alterazione, magari anche solo transitoria e del tutto innocente, dei liquidi cocleari (di per sé patologica solo se il disturbo è fastidioso o se si associa ad altri problemi) mentre l'acufene irreversibile può "teoricamente" essere dovuto a danni a carico delle cellule ciliate o delle fibre del nervo (ma anche solo ad una disfunzione non reversibile spontaneamente, ma reversibile con l'opportuno trattamento), nel qual caso non sarà verosimilmente possibile agire sulla stazione di partenza (orecchio) ma sarà solo possibile agire sulla stazione di arrivo (il cervello).

Il concetto di "irreversibilità" va peraltro interpretato sempre aggiungendo "con gli attuali livelli di conoscenza e di possibilità terapeutica" (in continua evoluzione), e sempre comunque dopo aver almeno effettivamente constatato il fallimento della terapia, eseguita correttamente e tenendo conto di tutti i possibili fattori di ostacolo (inclusi i fattori di stress psicofisico al quale accenneremo in seguito).

E' molto frequente, infatti, che sottoponendo i pazienti ad un trattamento specifico in grado di agire sui liquidi del labirinto si riesca ad ottenere in tempi rapidi sorprendenti ed inattesi risultati e perfino talvolta la rapida scomparsa dell'acufene, oltre che di eventuali altri sintomi associati, anche quando la presenza di una disfunzione di tipo idromeccanico (idrope) non era evidente alla valutazione diagnostica iniziale. Il giudizio di irreversibilità (salvo in caso reversibilità spontanea come nel caso di acufeni fluttuanti e non sempre presenti, ben difficilmente attribuibili ad un danno permanente) richiede quindi necessariamente una rivalutazione a distanza dopo trattamento. Non va infine dimenticato che molti casi "irreversibili" qualche anno fa, che hanno però mantenuto la fiducia nelle nostre ricerche in questa direzione, abbiano poi ottenuto benefici a distanza di tempo, sfruttando l'aumentare della nostra capacità di individuare e trattare la disfunzione idromeccanica.

A volte diventa quindi necessario quando non sia già evidente dalle caratteristiche del disturbo o dagli accertamenti effettuati la presenza di una disfunzione reversibile, affidarsi alla terapia per dirimere il dubbio diagnostico. La terapia stessa in tal caso diventa una sorta di "test di reversibilità", sopratutto quando via sia un acufene stazionario da anni in assenza di altri sintomi. Se con la terapia questo diventa variabile o fluttuante avremo la conferma che non si trattava (solo) di un danno permanente.

Non bisogna dimenticare che non tutto è "bianco" o "nero". Un acufene potrebbe essere in parte (magari minima, corrispondente ad un acufene di base, magari poco fastidioso) non reversibile con le attuali terapie ed in parte dovuto solo all'eccesso di liquidi e come tale trattabile. E' comunque globalmente diventato piuttosto raro che almeno in parte l'acufene stesso non sia sostenuto o rinforzato da meccanismi reversibili, il che ci permette di affermare almeno un miglioramento (inteso come riduzione di volume e fastidio dell'acufene) è oggi possibile nella maggior parte dei casi.

Infine, non bisogna mai dimenticare che spesso il paziente giunge in visita più per bisogno di capire e sapere, che non per reale necessità di curare visto che magari il disturbo non è poi così fastidioso, ma la preoccupazione del paziente è aumentata anziché calata in seguito a precedenti valutazioni specialistiche. Proprio perché l'acufene è un sintomo e non una patologia, bisognerà anche considerare, in fase diagnostica, quanto realmente il disturbo sia invalidante o meno e quindi quanto davvero una terapia sia poi sempre necessaria.

In sintesi, nella maggior parte dei pazienti con acufeni, già la sola attenta valutazione delle caratteristiche dell'acufene, spesso già spontaneamente fluttuante o addirittura incostante, associata alla valutazione di particolari accertamenti diagnostici, permette di essere ottimisti circa la possibilità che non vi siano danni irreversibili, o comunque non solo questi, e che l'acufene stesso sia causato soprattutto dall'azione esercitata dall'eccesso di liquidi dell'orecchio interno su cellule ciliate e fibre del nervo (disfunzione idromeccanica reversibile dell'orecchio interno). Ma anche qualora non sia possibile esprimere un giudizio ottimista a priori (acufeni stazionari da anni e non fluttuanti in intensità) è comunque ancora spesso possibile che la situazione si modifichi dopo trattamento dimostrando, di fatto la reversibilità (parziale o totale), ovvero il ruolo almeno parziale dei liquidi labirintici, ovvero l'assenza di danni permanenti quale unica causa del problema. L'acufene, inoltre, con la sola eccezione di alcuni rari tumori benigni, facilmente diagnosticabili (se ci si pensa) non è quasi mai espressione di una patologia pericolosa per la vita né comporta necessariamente un rischio di futura sordità, se non già presente. La presenza dell'acufene in sé, inoltre, a parte il fastidio, non può mai condurre a gravi conseguenze psichiatriche, se non in presenza di una predisposizione psichiatrica precedente. Ovvero di acufene non si muore, non si può diventare "matti" o "suicidarsi", ma, indubbiamente, può dare molto... molto fastidio.

IV
Le basi della terapia

Se in passato, fino a quattro-cinque anni fa salvo casi particolari (malattia di Meniere o idrope endolinfatico conclamati e dimostrabili) il nostro livello primario di trattamento era il fastidio riferito dal paziente, gestito mediante la TRT (Tinnitus Retraining Therapy), alla quale accenneremo in seguito, già da tempo, ormai, il nostro approccio terapeutico punta a gestire l'acufene a livello dell'orecchio, il che consente spesso di ottenere la scomparsa o comunque la netta riduzione dell'acufene in tempi molto più rapidi ed in modo certamente molto più efficace. Il razionale di questo approccio, che ne giustifica le elevate possibilità di successo in tempi brevi, è che nella maggior parte dei casi l'acufene è, come già detto sopra, espressione di una disfunzione idromeccanica reversibile esercitata da liquidi cocleari in eccesso (idrope) sulle cellule ciliate cocleari e non di un vero e proprio danno di queste. Certamente tale riscontro diagnostico non è possibile se ci limita ad eseguire solo un semplice esame audiometrico, congedando il paziente con un pessimistico "non c'è nulla da fare", come purtroppo avviene ancora oggi nella maggior parte dei casi.

In pratica, a tutti i pazienti con acufeni (o almeno tutti quelli in cui sia effettivamente presente un fastidio e quindi la necessità di una terapia, il che è uno degli obbiettivi primari della valutazione diagnostica) viene proposto un particolare tipo di trattamento in grado di risolvere una eventuale disfunzione idromeccanica reversibile dei liquidi dell'orecchio interno, indipendentemente dal fatto che dagli esami si evidenzino alterazioni verosimilmente irreversibili o al contrario che non si riesca ad evidenziare alcuna alterazione specifica (il che peraltro è molto raro). I soli accertamenti diagnostici, pur sofisticati, non sono infatti sempre, al momento, in grado di farci prevedere con certezza quali pazienti potranno avere beneficio da questo tipo di trattamento, sebbene l'esperienza ci stia aiutando a saper formulare una previsione di massima. Tale concetto va interpretato in chiave ottimistica. Se infatti in caso di acufeni facilmente ricollegabili ad una disfunzione dei liquidi (rumore a bassa frequenza, variabile di intensità o addirittura non sempre presente, associazione con ovattamento o pressione nell'orecchio, alterazioni specifiche agli accertamenti diagnostici), è generalmente piuttosto facile ottenere significativi benefici, la presenza di acufeni stazionari da anni, senza alcuna fluttuazione specifica, o ad alta frequenza, non comporta necessariamente (lo ribadiamo ancora) la presenza di alterazioni irreversibili, come rivelato dai numerosi successi anche in questi casi apparentemente più difficili.

Il trattamento da noi ideato, in grado di confermare la responsabilità dei liquidi cocleari nella genesi dell'acufene (quando non già evidente in fase diagnostica) e allo stesso tempo di ridurlo o eliminarlo in molti casi, si basa su quanto oggi sappiamo sui meccanismi che determinano la formazione dell'idrope, ovvero di un eccesso di liquidi nella coclea (orecchio interno).

Un ruolo di primaria importanza sembra essere svolto dall'ormone antidiuretico (ADH) o vasopressina, un'ormone prodotto nell'ipotalamo e rilasciato in circolo dalla ghiandola ipofisi. Compito principale dell'ADH è la conservazione delle riserve idriche dell'organismo. Tale azione viene svolta principalmente a livello del rene dove l'ADH determina il riassorbimento della maggior parte del liquido in transito attraverso appositi canali denominati aquaporine. Recettori per l'ADH e aquaporine sono stati però già da qualche tempo identificati anche a livello dell'orecchio interno ed il ruolo dell'ormone nella regolazione dei liquidi dell'orecchio interno è già stato confermato da numerosi ricercatori.

La produzione di quest'ormone è soprattutto stimolata dalla concentrazione dei liquidi corporei e dallo stress. Sulla produzione dell'ormone influiscono però in modo sensibile anche le variazioni metereologiche, termiche e di pressione atmosferica, elementi ben noti a molti pazienti con disturbi dell'orecchio interno. Una eventuale ipersensibilità dell'orecchio all'azione dell'ormone, od una anomalia nell'espressione delle aquaporine potrebbe spiegare l'eccesso di liquido che determina l'idrope.

Se davvero, come sembra ormai confermato, l'azione dell'ADH, unita probabilmente ad una inadeguata capacità di compensare e scaricare gli eccessi di liquido determinati nel labirinto da quest'ormone è alla base della formazione e dell'eventuale persistenza dell'idrope, un trattamento che inibisca il rilascio dell'ormone stesso dovrebbe essere efficace quale cura dell'acufene e degli altri sintomi da disfunzione idromeccanica. Purtroppo terapie farmacologiche con antagonisti recettoriali di quest'ormone (sostanze che legandosi ai recettori dell'ADH nell'orecchio interno impediscano di fatto la sua azione a livello delle aquaporine) non sono ancora disponibili (ma sono oggetto di una intensa attività di ricerca, soprattutto da parte di ricercatori giapponesi che ne hanno già sperimentato l'efficacia in laboratorio e recentemente, ma per patologie cardiache, anche sugli umani - tolvaptan, conivaptan sono i nomi di questi farmaci, per chi volesse fare delle ricerche).

Il più efficace antagonista "non farmacologico" dell'ormone antidiuretico però ce l'abbiamo già: l'acqua. Abbiamo già detto, infatti, come la concentrazione di liquidi corporei rappresenti uno stimolo al rilascio dell'ormone. Un basso livello di osmolarità plasmatica (ovvero la diluizione) costitituisce infatti un importante mecanismo inibitorio.

Cardine del nostro trattamento, ideato anni fa per per la malattia di Meniere (nella quale gli acufeni si associano a sordità fluttuante progressiva, ovattamento e crisi vertiginose ricorrenti), e quindi successivamente esteso alla cura delle altre patologie dell'orecchio interno è infatti un particolare trattamento dietologico iperidrico da abbinare ad un particolare regime alimentare, che oltre a favorire il ricircolo dell'acqua corporea (si tratta di una dieta "diuretica" contro la ritenzione idrica), permette di gestire anche eventuali intolleranze alimentari, molto probabilmente rilevanti nello sviluppo della disfunzione idromeccanica dell'orecchio interno. Già da diversi anni, anche solo con tale metodo riusciamo a prevenire, nella maggior parte dei pazienti, la ricorrenza delle vertigini tipiche di questa malattia e dei disturbi uditivi fluttuanti dovendo ricorrere solo in casi più difficili ad ulteriori trattamenti farmacologici.

Quando dalla semplice prevenzione delle ricorrenze ed al trattamento di disturbi fluttuanti abbiamo allargato il nostro obbiettivo alla risoluzione di disturbi perfino stazionari (magari da anni) inclusi gli acufeni, abbiamo dovuto ideare un trattamento ancora più efficace, da utilizzare come terapia di "scarico" quando la sola dieta non sia sufficiente.

La nostra attuale terapia di attacco (o di scarico) per la disfunzione idromeccanica dell'orecchio interno si basa, oltre che sulla dieta, su metodi miranti a contrastare il rilascio e l'azione dell'ormone antidiuretico: il mannitolo (un diuretico osmotico, che rende disponibile l'acqua immagazzinata dai tessuti), i derivati del cortisone (che hanno una azione di antagonisti, in presenza di un carico idrico, sul rilascio dell'ormone antidiuretico e sembrerebbero avere anche la capacità di modificare le aquaporine), ma sopratutto il carico idrico, prima e durante la somministrazione del trattamento, da effettuarsi per via endovenosa (flebo), senza il quale la terapia stessa è molto meno (o per nulla) efficace.

Nel nostro attuale protocollo terapeutico è prevista una terapia integrata dove alla dieta con carico idrico giornaliero (molto rigida, ma da attuare solo per un periodo breve), e alle flebo con mannitolo e cortisone, attuabili a domicilio seguite da una breve terapia cortisonica di mantenimento viene abbinato un trattamento farmacologico (vedi in seguito), un trattamento di autoinsufflazioni mediante un semplice sistemia specifico (OTOVENT) che può aiutare il drenaggio dei liquidi oltre ad altri possibili trattamenti (sound therapy, terapia sperimentale con nimesulide) da valutare caso per caso.

Qualora fosse evidente il beneficio (anche se solo parziale o transitorio) della terapia, a conferma che causa principale della produzione dell'acufene era in effetti, almeno in parte, una alterazione reversibile dei liquidi dell'orecchio interno, verrà proseguito per un certo tempo (breve) il trattamento dietologico.

Dopo un ulteriore periodo il paziente può essere eventualmente, se necessario, sottoposto ad un nuovo ciclo di terapia per ottenere ulteriori miglioramenti, se necessari.

E' bene precisare che questo tipo di trattamento non è in grado di "curare" definitivamente il problema, ma solo di trattare l'attuale stato di disfunzione dell'orecchio interno. Non essendo ancora in grado di individuare gli esatti meccanismi che generano l'idrope, sono comunque possibili recidive a distanza di tempo (magari anche anni), comunque trattabili in tempi rapidi e comunque psicologicamente affrontate dal paziente in modo del tutto differente avendo avuto dimostrazione della disponibilità di un trattamento efficace. Non avrebbe peraltro alcuna utilità portare avanti una prevenzione "a vita" (come facevamo all'inizio) visto che le eventuali recidive possono comunque essere trattate al bisogno. La terapia va quindi intesa come trattamento "breve" la cui efficacia deve essere dimostrata nel giro di poco tempo. Peraltro, sebbene non siamo ancora in grado di spegarne le ragioni, spesso, un breve ciclo di terapia basta ad evitare la recidiva per molto tempo. Abbiamo pazienti trattati anni fa, e con metodi non acora perfezionati, che stanno ancora perfettamente bene, senza alcun disturbo, pur avendo abbandonato la dieta da anni.

Oltre a permettere un controllo sull'acufene, il nostro protocollo di trattamento ci consente spesso di ottenere significativi recuperi dell'udito (in caso di sordità associata) e di trattare gli altri sintomi da idrope eventualmente presenti (riduzione dell'udito, vertigini, ovattamento...).

Possibilità di trattamento per gli acufeni pulsanti

Un caso particolare è rappresentato dagli "acufeni pulsanti" o "acufene pulsante" ("pulsatile tinnitus" in inglese), che dovrebbero essere più correttamente definiti rumori pulsanti, riservando il termine acufene solo a quello "soggettivo". Parliamo di "acufene pulsante" quando il paziente percepisce un flusso vascolare, sincrono con il battito cardiaco, nell'orecchio. Sebbene la ragione di ciò non sia ancora chiara (teoricamente non dovrebbe avere nulla a che vedere con i liquidi dell'orecchio interno) la nostra terapia funziona spesso anche su questo tipo di acufene "oggettivo" e non si tratta certo di un effetto "placebo"... E' probabile che in tal caso il meccanismo d'azione del trattamento sia da ricollegare ad una riduzione di una ipertensione endocranica latente (non necessariamente patologica) causata da un eccesso di liquidi interstiziale cerebrale, come è riconosciuto per alcune forme specifiche denominate "ipertensione endocranica benigna" o "pseudotumor cerebri". D'altronde è frequente che la pulsazione si associ ad un acufene soggettivo tipo fischio, ronzio, sibilo, fruscio o altro simile, soprattutto con in pazienti con diversi sintomi associati. Non si tratta comunque assolutamente di un sintomo "raro" come un tempo credevamo, e nemmeno di un disturbo intrattabile, ma resta ancora molto da comprendere circa gli esatti meccanimsi sottostanti.

Il trattamento dei fattori psico-emotivi associati

Al trattamento primario della disfunzione idromeccanica sottostante sopra discusso, è spesso necessario abbinare o addirittura far precedere la correzione di eventuali fattori di stress o di veri e propri disturbi psichiatrici minori o maggiori (depressione, attacchi di panico, ansia) quando questi siano di grado tale da rendere insufficiente il controllo dell'ormone antidiuretico con il solo trattamento dietologico ed eventuale somministrazione per via endovenosa di mannitolo e cortisone. Non va dimenticato inoltre che il trattamento stesso (si tratta di un regime dietetico complesso e non semplice da portare avanti, seppur per un periodo limitato di tempo) non può essere protratto nel tempo (ma certamnete può esser ripetuto al bisogno) e quindi in caso di frequente tendenza alla recidiva è necessario qualcosa in più.

Anche quando non si ricorra a tal scopo all'uso di farmaci specifici (abbiamo messo a punto da tempo uno specifico protocollo, in grado peraltro di agire positivamente anche sull'acufene) non va mai dimenticato che ogni paziente necessita di una attenta valutazione ed assistenza psicologica, motivo per cui ben difficilmente si ottengono significativi benefici solo il trattamento se dietro non c'è un medico capace di seguire il paziente e di comprendere a fondo il suo stato d'animo nei confronti del problema (spesso derivante anche dall'atteggiamento negativo e pessimista di precedenti consulti specialistici). La corretta comprensione del problema è inoltre di per sé il miglior modo per gestire senza paura le eventuali recidive, comunque possibili visto che la cura non può essere considerata necessariamente definitiva. Così come siamo spesso in grado di risolvere l'attuale disfunzione idromeccanica in atto, riducendo o facendo scomparire l'acufene attuale, non possiamo però essere certi che non vi saranno in futuro (a breve o lungo termine) recidive, comunque affrontate generalmente in modo ben differente dal paziente, che ormai ha avuto la dimostrazione che si tratta di un disturbo "curabile" e il cui meccanismo è noto.

In sintesi, quando, come avviene nella maggior parte dei casi, l'acufene è sostenuto, in parte o in tutto, da una disfunzione di tipo idromeccanico e non (o non solo) da un danno a carico delle cellule ciliate, è praticamente sempre possibile ottenere la riduzione o la scomparsa dell'acufene con un trattamento relativamente breve, principalmente non farmacologico ma di tipo dietoterapico, sfruttando il potere antagonista dell'acqua nei confronti dell'ormone antidiuretico (purché nell'ambito di un regime dietetico particolare ed assitito, che tenga conto tra l'altro del possibile ruolo di intolleranze alimentari e della presenza di altre sostanze attive), principale regolatore dei liquidi labirintici. Spesso, però, soprattutto quando il disturbo non presenti evidenti remissioni spontanee, è necessario abbinare al regime dietetico anche un particolare trattamento per via endovenosa allo scopo di "scaricare" i liquidi presenti. Un ulteriore beneficio in grado di "sbloccare" situazioni che apparentemente non trovano beneficio con il solo trattamento di base o che presentino frequenti recidive è rappresentato dall'uso di alcuni farmaci attivi sul sistema nervoso centrale. Globalmente, con la terapia, a vari livelli è oggi possibile ridurre in modo significativo o far scomparire l'acufene in tempi brevi in oltre il 70% dei pazienti correttamente valutati e trattati. Solo in un numero minore di casi, solo dopo avr tentato prima l'impiego di farmaci ad azione "cerebrale" ed a condizione di una accurata selezione diventa quindi necessario il ricorso ad terapie a lungo termine quale la TRT - Tinnitus Retraining Therapy (discussa in dettaglio più avanti) che pur non avendo alcun effetto in sé sull'orecchio può essere di aiuto, in casi ben selezionati, modulando la percezione cerebrale dell'acufene stesso.

V
Il Ruolo dei Neurofarmaci e del Trattamento dello Stress

L'uso di tranquillanti, sedativi, ansiolitici e antidepressivi, allo scopo di aiutare il paziente a sopportare l'acufene non è certamente una novità ma sebbene numerosi pazienti riferiscano un miglioramento con terapie psichiatriche ed un peggioramento alla lora sospensione, in questa sede vogliamo accennare ad un particolare protocollo farmacologico da noi ideato (in collaborazione con uno psichiatra) che si è rivelato particolarmente efficace nel trattamento non solo degli acufeni ma anche delle sindromi vertiginose e di altri disturbi a carico dell'orecchio interno, inclusa la sordità neurosensoriale, ovvero di tutte i sintomi di una possibile disfunzione idromeccanica reversibile dell'orecchio interno. Questo protocollo in forma completa o ridotta, viene da noi sempre più spesso utilizzato, quando il solo trattamento diretto con il regime dietoterapico e le eventuali flebo non sia sufficiente a sbloccare l'orecchio o a prevenire le recidive, soprattutto in associazione con il trattamento primario ed occasionalmente da solo quale terapia di mantenimento dei risultati raggiunti, se instabili o in via preliminare in presenza di un livello di stress tale da non permettere la risoluzione di una disfunzione di per sé potenzialmente reversibile. (+ stress -> + ADH -> + idrope -> + acufene).

Non si tratta in senso stretto di psicofarmaci (alcuni come la carbamazepina (che peraltro non usiamo più) o il clonazepam, vengono impiegati anche per la nevralgia del trigemino o per l'epilessia, mentre la levosulpiride è utilizzata anche per il reflusso gastroesofageo o per le vertigini) e peraltro le sostanze da noi impiegate sono ben più efficaci dei normali ansiolitici o tranquillanti, sebbene il rispetto delle indicazioni terapeutiche e delle basse posologie consenta di evitare qualunque effetto collaterale o eccessiva sedazione o assefuazione e dipendenza farmacologica, esaltando solo l'effetto benefico sull'acufene, spesso evidente già dopo un breve periodo di trattamento e senza obbligatoria necessità di mantenere il trattamento per molto tempo (qualche mese in genere), ma solo fino a risoluzione del disturbo primario.

Il razionale primario dell'uso di questo protocollo (di cui elemento costante è la paroxetina, un inibitore del re-uptake della serotonina, con un bassissimo rischio di effetti collaterali o di assuefazione, a condizione di rispettarne i bassi dosaggi e l'introduzione molto graduale) è che ogni situazione di stress può determinare un aumento del rilascio di ormone antidiuretico, la cui riduzione è obbiettivo primario del nostro trattamento specifico, che potrebbe però essere insufficiente a svolgere il suo compito, in assenza di un adeguato controllo dello stress stesso o dei veri e propri connotati di ansia (talvolata sfociante in veri e propri attacchi di panico) e/o depressione, spesso presenti nel paziente, in conseguenza del suo stato patologico e dei suoi disturbi o molto spesso addirittura antecedenti. E' molto probabile, peraltro, che al di là dell'effetto "psichiatrico" (ricordando che anche la semplice ansia è un disturbo "psichiatrico" e l'indicazione di una terapia psichiatrica non significa "essere matti") vi sia un vero e proprio effetto di tipo neurochimico a livello di alcuni neurotrasmettitori implicati nello sviluppo della disfunzione dell'orecchio interno, diretto o mediato attraverso il meccanismo neuro-ormonale, vista la notevole efficacia perfino su sintomi non soggettivi ma ben documentabili, come la sordità e le modifiche a livello dell'orecchio interno documentabili con il miglioramento delle indagini funzionali.

Ultimamente visti i maggiori benefici della terapia associata, tendiamo generalmente sempre più a sovrapporre, sin all'inizio, la dieta con il trattamento con neurofarmaci. Non di rado perarltro i soli neurofarmaci hanni conrtuibuto a "spegnere" o ridurre l'acufene, amcor prima dell'avvio del trattamento completo.

Per molti anni, rigorosamente, abbiamo preteso che tutti i pazienti, anche se provenienti da altre città, venissero preventivamente sottoposti, in caso di necessità di trattamento con questo protocollo farmacologico ad una preventiva valutazione da parte del nostro consulente psichiatra. Oggi (e ormai da tempo) riteniamo possibile, vista ormai l'acquisita esperienza nella gestione di migliaia di pazienti nel corso degli anni, ed il riscontro che nella maggior parte dei casi l'indicazione viene confermata anche dopo valutazione specialistica, prescrivere direttamente questi farmaci, accelerando i tempi di avvio del trattamento invitando però il paziente (se già in trattamento presso uno psichiatra) a consultare un proprio specialista psichiatra per confermare la terapia dopo eventule una consulenza telefonica interdisciplinare. Possiamo d'altronde confermare di non aver mai riscontrato reali problemi specifici per trattamenti a breve termine con i farmaci ed i dosaggi da noi impiegati.

In sintesi, l'uso di particolari farmaci attivi sul sistema nervoso centrale, in associazione con il trattamento diretto della disfunzione idromeccanica sopra descritto, o in alcuni pazienti, perfino quale unico trattamento si è rivelato in grado di agire positivamente sull'acufene senza particolari effetti collaterali, in tempi brevi, e attraverso un duplice meccanismo inibitorio. Effetto a livello somatopsichico, ovvero riduzione del fastidio generato dall'acufene e delle sue componenti psichiche (il che lo rende proponibile anche per acufeni teroicamente irreversibili, non altrimenti trattabili), ed effetto a livello psicosomatico, ovvero riduzione dei fattori psichici e di stress psicoemotivo in grado di sostenere la disfunzione idromeccanica, al quale va aggiunto un verosimile effetto neurochimico di modulazione dello stato funzionale dlel'orecchio stesso, dimostrabile attraverso il miglioramento delle indagini funzionali, anche in alcuni pazienti nei quali è stato proposto come unico trattamento.
VI
Tinnitus Retraining Therapy (TRT): Analisi critica di Possibilità e Limiti

Il nostro atteggiamento nei confronti degli acufeni, come di qualunque altro disturbo, non è mai stato quello di promuovere una particolare terapia a scapito di altre, ma nemmeno quello di continuare a proporre trattamenti che alla luce delle attuali conoscenze debbono certamente essere rivalutati o comunque ridimensionati circa le loro effettive possibilità, soprattutto considerando quanto c'è di nuovo al momento. Rientra proprio in quest'ambito l'attuale atteggiamento personale nei confronti della TRT- Tinnitus Retraining Therapy, che proprio alla diffusione effettuata per anni (a partire dal 2000) attraverso questo sito e attraverso corsi e convegni da noi organizzati (anche in collaborazione con l'Ing. Del Bo, di Milano) deve oggi la sua attuale fama in Italia. Non stupisca quindi se proprio chi, fino a qualche anno fa tesseva le lodi di questo trattamento (d'altronde era all'epoca l'alternativa migliore se non l'unica) oggi, anche considerato l'abuso e il cattivo uso (spesso dettato non solo da scarse conoscenze ma anche o solo da fini di lucro) oggi diffuso circa questo trattamento, sia uno dei più accesi sostenitori del fatto che la TRT (intesa come uso di generatori di rumore "da acquistare") debba al giorno d'oggi essere riservata a casi particolari, con udito integro, assenza di situazioni psichiatriche, effettiva motivazione e copmprensione del trattamento e solo dopo aver tentato prima di spegnere l'acufene a livello della sua sorgente primaria (l'orecchio). Se a questo si aggiunge che medici o audioprotesisti che sappiano davvero portare avanti seriamente e "onestamente" un programma di TRT "non improvvisato", almeno in Italia, sono davvero pochi (in pratica ancora quelli che per primi già da anni se ne sono interessati), mentre molti sono quelli che avendo capito che con gli acufeni ci si può guadagnare si sono lanciati su questa possibilità, è ancor più facile comprendere come chi ha lanciato in Italia questa terapia si senta oggi in dovere di proteggere i pazienti da applicazioni pratiche che possono solo contribuire a screditarla ulteriormente. E visto che siamo arrivati a proporre generatori di rumore per "spegnere" l'acufene inviando il rumore ad un orecchio totalmente sordo o quasi, che non può in alcun modo nemmeno percepire il rumore inviato attraverso il generatore... direi che tale scrupolo è davvero necessario. Ad ogni modo presso il nostro Centro non ci occupiamo più di TRT, nel senso di applicazione di generatori, ma all'occorrenza, davvero rara in realtà, visto il successo oggi ottenibile con altri trattamenti più brevi e soprattutto...meno impegnativi economicamente per il paziente, possiamo suggerire centri affidabili per questo specifico trattamento.

Ma vediamo in dettaglio di cosa si tratta.

La Tinnitus Retraining Therapy (TRT) è un particolare tipo di trattamento, ideato negli Stati Uniti alla fine degli anni '80 dal Prof. P. Jastreboff (un neurofisiologo) ma diffuso in Italia solo da qualche anno, sopratutto grazie al nostro personale interessamento, basato sul ruolo svolto dal cervello e dalla reazione d'allarme neurovegetativa quale causa del fastidio generato dall'acufene. La produzione dell'acufene a livello dell'orecchio interno (principale sorgente) non è infatti da sola in grado, in assenza di un rinforzo a livello cerebrale (sul quale agisce la TRT), di generare il fastidio lamentato dal paziente e l'interferenza di questo nella vita quotidiana (difficoltà a conventrarsi e rilassarsi, problemi a prendere sonno ecc..). La TRT non è quindi una cura in grado di trattare eventuali patologie dell'orecchio sottostanti ma consente di ridurre o eliminare il fastidio indipendentemente dalla causa dell'acufene nella maggior parte dei casi trattati correttamente.

Il modello di Jastreboff

Consiste di due elementi fondamentali:

- l'accurata rimozione di ogni reazione di allarme specifica nei confronti dell'acufene, che richiede una accurata e meticolosa spiegazione dei meccanismi sottostanti l'acufene, secondo la teoria proposta dello stesso Jastreboff, di quanto emerso dai vari accertamenti e dell'effettiva non pericolosità dell'acufene (può sembrara banale ma quest'ultimo è un passo fondamentale trascurato dalla maggior parte degli specialisti ed è ovviamente quanto facciamo sin dall'inizio e dal giorno della visita per tutti i pazienti e per ogni disturbo).

- l'arricchimento sonoro ambientale, allo scopo di miscelare l'acufene con un rumore di sottofondo neutro e privo di significato emotivo (e pertanto non in grado di infastidire il paziente), ad una intensità tale da confondersi con l'acufene senza impedirne la percezione che, con il tempo (si tratta di una terapia a lungo termine: 18-24 mesi) può determinare la scomparsa del fastidio nei confronti dell'acufene.
Il rumore miscelante può derivare da generatori personali simili a protesi acustiche (i cosiddetti "miscelatori"), dei quali esistono diversi modelli più o meno visibili a seconda delle esigenze estetiche del paziente (vedi figura) o da generatori ambientali (sound-machine, CD, sound-pillow).

La nostra diretta esperienza con centinaia di pazienti trattati per circa 3 anni ha potuto confermare l'efficacia generale del trattamento, ma ci ha anche consentito di riconoscerne limiti importanti, che di fatto rendono la TRT proponibile solo in casi molto ben selezionati.

1. Innanzi tutto il significato terapeutico della TRT, se ci si limita a fornire un generatore di rumore senza l'opportuno trattamento psicoterapico cognitivo (di questo si tratta sostanzialmente, in barba a quanto sostenuto, per differenziarsi, dallo stesso Jastreboff che ne è l'ideatore) è poco più che nullo, in termini di risultato a lungo termine, per cui il generatore in sé (da solo) va considerato come un rimedio in grado di alleviare momentaneamente l'acufene distraendo il paziente dalla sua percezione, senza alcun effetto terapeutico permanente. Questo sposta l'attenzione dal piano tecnico al piano della personale abilità di chi conduce il trattamento, sia esso un medico, uno psicoterapeuta o un audioprotesista. Ovvero la TRT per funzionare richiede che la si sappia far funzionare. E non basta certo un corso di qualche ora perché ci si possa ritenere in grado, per non parlare delle particolari capacità individuali. La TRT non è un apparecchio da comprare, è un trattamento con un programma specifico da portare avanti per circa due anni, tempo generalmente necessario per vedere risultati duraturi apprezzabili.

2. La TRT è improponibile in pazienti ipoacusici, ma richiede una percezione uditiva integra per tutte le frequenze, pena la distorsione del rumore stesso generato dal miscelatore o addirittura la sua mancata percezione, spesso proprio nel range di frequenza dove servirebbe. L'alternativa rappresentata dalla protesi acustica non è quasi mai sufficiente e dispositivi che combinano protesi e generatore di rumore si sono rivelati inadeguati per entrambe le funzioni che si proponevano. Quando poi arriviamo a vedere generatori applicati in un orecchio del tutto sordo...??!!??!!

3. La TRT è improponibile in pazienti con acufene fluttuante ed intensità variabile (che sono poi la maggior parte dei pazienti con acufeni) perché è impossibile generare una abitudine nei confronti di qualcosa di variabile. Fortunatamente sono proprio questi i pazienti che hanno la maggior possibilità di essere trattati con la terapia da noi proposta per la disfunzione dei liquidi .. e nel giro di uno-due mesi non di due anni. Ad ogni modo in questi casi la TRT non può essere considerata una alternativa al trattamento da noi attualmente proposto per l'acufene.

4. La TRT è improponibile per pazienti con acufeni comparsi in epoca recente, sia perché il disturbo, se dovuto a disfunzione reversibile, potrebbe regredire spontaneamente, sia perché è ben difficile che un paziente con un acufene già invalidante presente da settimane o pochi mesi si "tranquillizzi" sapendo che tra 18-24 mesi probabilmente il disturbo se ne andrà.

5. La TRT è improponibile per pazienti con acufeni "serali" che diano relativamente poco fastidio durante il giorno ma invalidanti in quanto disturbano il sonno la sera, in quanto è impensabile che il paziente indossi il generatore quando non ha fastidio (di giorno) per toglierlo proprio quando gli servirebbe (la sera).

6. La TRT non è un trattamento personalizzabile. Le rigide regole imposte dal suo stesso ideatore circa l'uso del generatore ed il volume al quale regolarlo allo scopo di "miscelare" il rumore emesso con l'acufene, e da noi già in passato ampiamente modificate e disattese, sono probabilmente superate riguardo all'efficacia del trattamento stesso dal lasciare scegliere al paziente come utilizzare il generatore di rumore e a quale intensità. Al riguardo è doveroso precisare che in Italia la TRT non ha dovuto soppiantare, quando è stata diffusa, il concetto di "mascheramento" dell'acufene, visto che nemmeno questa opzione era ben conosciuta, concetto invece ben noto negli USA dove, per diffondere la TRT come terapia innovativa, era necessario, evidentemente, demonizzare il "mascheramento" ovvero la "copertura" dell'acufene con un rumore esterno molto meno fastidioso. Allo stesso modo la stessa reazione di allarme del paziente nei confronti dell'acufene viane dichiarata cosa ben diversa da una psicoterapia cognitiva (ma di fatto lo è) solo perché l'idea di una piscoterapia negli USA è tutt'altro che sconosciuta ( o nuova) rispetto alla reticenza tutt'ora presente nella maggior parte degli italiani.

7. Per lo stesso bisogno d'innovazione di cui al punto precedente (aggiunto al fatto che lo stesso Jastreboff è un neurofisiologo, non un medico e quindi non può prescrivere farmaci), viene demonizzato da chi ha idato la TRT l'uso di psicofarmaci per il trattamento dell'acufene, ma la TRT stessa è improponibile in pazienti affetti da disturbi psichiatrici rilevanti senza un preliminare trattamento di questi ultimi. Un paziente che vive relegato in cas minacciando il suicidio se non gli tolgono l'acufene ha bisogno di una terapia psichiatrica non della TRT (e nemmeno, almeno all'inizio, del nostro trattamento dietoterapico).

8. La TRT è spesso, infine, improponibile anche per i costi del trattamento (sebbene enormemente variabili tra un centro e l'altro), ma questo sarebbe l'ultimo dei problemi e non deve peraltro essere tenuto in considerazione, qualora chi si fa pagare di più sia anche chi generalmente sa di poterselo permettere avendo più chance di poter ottenere risultati. Non va dimenticato, peraltro che la vera terapia non è il generatore, di per sé non costoso, ma l'assistenza necessaria che c'è dietro. Fortunatamente questo problema non ci riguarda più direttamente visto che non ci occupiamo più di questa terapia presso il nostro Centro, ma invitiamo chi volesse sottoporsi a questo trattamento a non scegliere un centro rispetto ad altri solo perché "costa meno".

ATTENZIONE A NON CONFONDERE LA TRT CON IL SEMPLICE MASCHERAMENTO DELL'ACUFENE CON GENERATORI (SOUND THERAPY). Quest'ultima è una soluzione recentemente abbinata anche da noi nel protocollo di trattamento in casi selezionati ma ha tutt'altra finalità.

In sintesi, la TRT ha buone chances di dare benefici al paziente, ma solo quando sia effettuata una accurata selezione dei pazienti (il che anche nei migliori centri non avviene quasi mai), escludendo chiunque a priori non potrebbe ricavarne alcun beneficio, ma solo molti euro in meno nel portafoglio e tempo sprecato, ed in primis tutti i pazienti nei quali l'acufene non ha una intensità assolutamente costante nel tempo, e solo dopo aver effettivamente preso in considerazione la possibilità che si tratti di una disfunzione reversibile, trattabile in tempi molto più rapidi là dove è il problema.
VII
Analisi critica di Teorie e Trattamenti proposti per Acufeni

Altre teorie sulla genesi degli acufeni

La teoria della disfunzione idromeccanica da noi formulata non è certamente l'unica con la quale si è cercato da parte dei diversi ricercatori di spiegare l'acufene, ma ha il vantaggio di spiegare gli effetti positivi del trattamento, presenta una buona correlazione con quanto dimostrabile mediante gli accertamenti diagnostici, trova conferma in un quadro clinico ben definito e accettato da tutti quale quello della malattia di Meniere, e giustifica un atteggiamento "positivista" nei confronti di questo sintomo. Riteniamo comunque opportuno accennare (non senza spirito critico) alcune ipotesi formulate da altri.

L'ipotesi purtoppo ancora più in auge è che l'orecchio abbia subito dei danni da parte di infezioni virali specifiche o alterazioni della microcircolazione. Questa ipotesi, che non ha mai in alcun modo trovato alcun riscontro diagnostico in nessun paziente, è solo una "non ipotesi", ovvero il modo di chiudere il processo diagnostico dando la colpa ai "soliti sospetti", il che avviene non solo per l'acufene ma anche per molti altri disturbi a causa tutt'ora ignota (o presunta tale). Tanto poi alla fine si conclude che l'acufene bisogna "tenerselo" a meno di non voler pensare che davvero sia possibile, magari dopo anni, ma anche dopo un'ora sarebbe lo stesso, riattivare "cellule morte", migliorando la microcircolazione con appositi farmaci (non ci crede nemmeno chi li prescrive - ma qualcosa bisogna pur prescrivere - , o almeno lo speriamo!!). Come spiegare allora, la frequente reversibilità e ricorrenza o fluttuazione dell'acufene stesso, visto che per quanto da tutti sostenuto, le cellule ciliate danneggiate, restano danneggiate a vita? Semplicemente non ci pone il problema poiché è piuttosto raro che in corso di visita vengano approfondite le caratteristiche dell'acufene stesso. Da questa ipotesi deriva la prescrizione a tappeto di inutili farmaci per la microcircolazione, dervivante anche dal condizionam,ento imposto dalla costante sponsorizzazione di corsi e convegni da parte di alcune industrie farmaceutiche del settore.

Qualcuno però ci ha provato a spiegare le fluttuazioni. Jastreboff, ideatore della TRT, sposta l'attenzione dall'orecchio al cervello, spiegando che le fluttuazioni del grado di fastidio, ma perfino dell'intensità stessa con la quale l'acufene viene percepito, sono dovute ad un rinforzo minore o maggiore del segnale bioelettrico in partenza dall'orecchio o da altre aree della via uditiva (di per sé stazionario), in base a meccanismi neurologici (filtro cerebrale), e su questo imposta il trattamento da lui proposto, la Tinnitus Retraining Therapy già discussa in precedenza. Ipotesi più che plausibile e che abbiamo infatti sposato per qualche anno, almeno fino a verificare gli effetti della terapia e le concomitanti variazioni dello stato funzionale dell'orecchio stesso (con speifici esami mirati) in coincidenza con le variazioni di intensità decritte dal paziente, il che spostano nuovamente l'attenzione dal cervello all'orecchio. La variazione di intensità (non parliamo di variazioni del fastidio percepito o di effetti mascheranti di eventuali rumori di fondo presenti) avverrebbe cioé al livello della sorgente iniziale e non a livello di un filtro cerebrale (certamente peraltro presente ed in grado di modulare l'attenzione del paziente nei confronti del sintomo e la sua percezione cosciente, nonché il grado di fastidio che ne riceve) che agirebbe su un segnale di per sé costante.

Lo stesso Jastreboff ha formulato una ipotesi personale circa la possibile origine degli acufeni nell'orecchio in presenza o in assenza di una vera alterazione dell'udito comcomitante, la cosidetta teoria del danno asimmetrico ("discordant damage"), con alterazione numericamente parlando solo parziale delle cellule ciliate esterne (ce ne sono circa 13.000), magari non sufficiente a diminuire la capacità uditiva, ma sufficiente a determinare la fuga di un segnale bioelettrico non gestito dalle cellule mancanti. E come se in una partita di calcio passo la palla ad un compagno, che non riesce ad arrivarci, per cui la palla prosegue oltre, perdendosi nella direzione sbagliata. Potrebbe essere in effetti questo il meccanismo dei cosiddetti acufeni "irreversibili", ipotesi che può essere allargata ai neuroni del nervo acustico che iniziano a generare un segnale autonomo non ricevendo più un segnale di base dai corrispondenti elementi mancanti. Resta al momento l'ipotesi più verosimile per spiegare un acufene non fluttuante se non dovuto anch'esso a liquidi "bloccati", ma come spiegare anche in questo caso le variazioni di intensità (o la scomparsa totale), non attribuibili al solo "filtro cerebrale", visto che al miglioramento dopo il trattamento corrisponde un miglioramento funzionale dell'orecchio dimostrabile con esami specifici. Jastreboff, che va ricordato è un neurofisiologo e non un otorinolaringoiatra, d'altronde punta il dito sul cervello, non sull'orecchio, visto che il trattamento da lui proposto, la TRT, agisce in modo indipendente dalla causa sottostante, evidentemente ritenuta meno importante o non diagnosticabile.

Una altra interessante teoria, relativamente recente, è stata formulata da un tedesco, Wilden, esperto di laserterapia per diversi settori e patologie, che sostiene che le cellule ciliate in realtà non sarebbero morte ma avrebbero consumato le loro risorse energetiche per cui non sarebbero in grado di svolgere correttamente il loro lavoro in modo corretto o di autoriparare microlesioni. Da queta teoria è nata l'ipotesi di "ricaricare" le cellule stesse mediante somministrazione di energia prodotta da un laser a bassa intensità di emissione e con particolari frequenze. Ne riparleremo.

Una ulteriore ipotesi da segnalare (ben nota ormai da anni) è quella del conflitto neurovascolare, ovvero dello stimolo esercitato da un vaso sanguigno sul nervo acustico, situazione già accettata per altre situazioni clincihe come la nevralgia del trigemino o lo spasmo emifacciale, sostenuta soprattutto da Moller e Jannetta, rispettivamente un neurofisiologo ed un neurochirurgo. Nonostante la nota serietà di entrambi e la possibilità che questa sia davvero la causa in almeno qualche situazione, non riteniamo applicabile di routine la possibile terapia che ne deriva, ovvero l'intervento chirurgico di decompressione neurovascolare. Ne riparleremo a proposito della terapia.

Alcuni pazienti riferiscono modifiche dell'acufene (ci riferiamo all'acufene soggettivo, non ai rumori meccanici di origine mandibolare) con i movimenti della bocca o la contrazione dei muscoli masticatori, che avvalorerebbero l'ipotesi (sostenuta soprattutto da colleghi odontoiatri, ma prospettata già molti anni fa da Costen) di una origine a livello dell'articolazione temporo-mandibolare, nonostante anche in questi pazienti vi sia evidenza sia del ruolo dell'orecchio, dimostrabile con gli opportuni accertamenti, sia l'efficacia della terapia proposta, che non pensiamo certo sia in grado di agire a livello dell'articolazione. Ma uno studio da noi effettuato nel 2003, in collaborazione con un collega esperto di disfunzioni dell'ATM su oltre 100 pazienti affetti da acufeni con la gnatografia (chinesiografia dell'ATM), non ha praticamente mai rivelato alcuna alterazione specifica articolare e nessuna indicazione specifica che esistesse un ruolo di causa- effetto tra l'articolazione e l'acufene stesso. Il rapporto tra ATM e orecchio, già sostenuto da moltissimi anni, è comunque ancora da comprendere ed esiste certamente una qualche relazione tra ATM e orecchio che ci sfugge ancora, ma sicuramente è ingiustificato ricorrere ad un bite o a trattamenti ortodontici (e meno che mai ad ingiustificate estrazioni dentarie) prima di aver tentato una terapia specifica in presenza di evidenti e misurabili alterazioni dell'orecchio. Oggi comunque riteniamo utile effettuare una consulenza odontoiatrica - gnatologica ed eventuali accertamenti sull'ATM solo in situazioni particolari in cui siano evidenti anche altri sintomi specifici di una possibile alterazione.

Dulcis (per modo di dire) in fundo, vi è un pullulare di altri medici e non, che attribuiscono, davvero non capiamo come, il tutto alla "solita" cervicale, proponendo "manipolazioni" che non ci risulta abbiano mai avuto un qualche effetto.

Di tutto e di più quindi, ma non sfuggirà che "ognuno tira l'acqua al suo mulino": il neurofisiologo Jastreboff, attribuisce la responsabilità al cervello più che all'orecchio; l'esperto di laser, Wilden, al mancanza di energia delle cellule ciliate; il neurochirurgo (ma sostenuto da un neurofisiologo) Jannetta ad un problema di competenza neurochirurgica; l'odontoiatra all'articolazione temporo-mandibolare o a generici problemi di malocclusione; il "manipolatore" (non vuole essere un termine offensivo, ma non ci viene in mente un sinonimo), alla "cervicale". Quanto sono davvero "in buona fede" molte teorie sugli acufeni? Mai sentito qualcuno che suggerisca di andare da un altro, a meno di non voler togliersi di torno il paziente.

Certo, finché la maggior parte degli otorinolaringoiatri e audiologi (ovvero chi dovrebbe occuparsi dell'apparato uditivo) continueranno a prescrivere farmaci per la microcircolazione o a dire che tanto non c'è nulla da fare.....difficilmente ci si può aspettare un reale contributo dalla nostra specialità. D'altronde le patologie dell'orecchio interno (non solo gli acufeni) costituiscono un settore così particolare ed interdisciplinare che nemmeno l'otorinolaringoiatra può dichiarare di avere la preparazione idonea ad affrontare questi problemi, se non se l'è appositamente creata e non si è dotato di attrezzature idonee, cosa che potrebbe fare qualunque medico, visto che si tratta di esami per lo più sconosciuti anche dagli otorinolaringoiatri. Meno che mai (appunto doveroso, visto che qualcuno usa il termine per differenziarsi dagli altri colleghi otorinolaringoiatri, invece di puntare a dare davvero qualcosa di più degli altri) l'otoneurologo, specialità che non esiste nemmeno, a meno di non voler definire otoneurologi chiunque si occupa di acufeni, vertigini, malattia di Meniere ecc. Per non parlare poi di aspetti meno nobili. rende molto di più l'acquisto di una protesi o un generatore di rumore che non una terapia per i liquidi.!!!

Merita, in conclusione un cenno la teoria più recente circa il possibile ruolo del glutammato e della tossicità da esso prodotta (eccitotossicità da glutammato), argomento ormai noto anche ai pazienti perchè discusso su molti forum in rete. Abbiamo dedicato a questa ipotesi una apposita pagina di commento, consultabile attraverso questo collegamento che aprirà una nuova finestra. Vai al documento.

Rassegna critica di altri trattamenti proposti per gli acufeni

Dopo aver descritto la terapia della disfunzione idromeccanica, nella nostra esperienza senza alcun dubbio la causa più frequente di acufeni, il razionale dell'uso di farmaci attivi sul sistema nervoso (per fronteggiare le componenti psico-emotive e lo stress o vere e proprie concomitanti terapie psichiatriche) e la Tinnitus Retraining Therapy, oggi certamente da ridimensionare ma certamente utile in alcuni casi ben selezionati, riteniamo utile citare, non senza una analisi critica, altri trattamenti alcuni dei quali derivanti da un ragionamento logico e utilizzabili come possibili terapie complementari, altri del tutto privi di logica e derivati solo dall'incapacità di comprendere le vere ragioni dell'acufene, o da necessità di "prescrivere comunque qualcosa", o spesso, purtroppo da fini non proprio "nobili", pensando più all'interesse del medico (lucro) che non del paziente. Non è difficile immaginare che questo sito, in questo ed in altri documenti, non sia molto amato da chi non vuole che i pazienti siano in grado di "capire", ma che lo sia certamente dai pazienti i quali cercano proprio questo.

Per un certo periodo di tempo abbiamo sperimentato con successo i vantaggi dell'applicazione di un tubicino di ventilazione a livello della membrana del timpano (drenaggio transtimpanico), una semplice procedura ambulatoriale, già dimostratasi molto eficace quale terapia complementare di mantenimento in molti casi di malattia di Meniere o sordità da idrope endolinfatico, patologie notoriamente dovute ad alterazioni dei liquidi dell'orecchio interno. Nonostante gli indubbi benefici, riteniamo che il potenziamento delle terapie in nostro possesso renda tale procedura oggi necessaria solo occasionalmente e più significativa per vertigini e sordità fluttuante che non per il trattamento specifico dell'acufene in sé. Inoltre la presenza del drenaggio può rendere più complesso confrontare gli esami in occasione di visite successive di controllo ed impedisce di eseguire l'esame impedenzometrico, divenuto per noi molto importante quale test per lo studio della perilinfa (il liquido "esterno" del labirinto). Non ci risulta comunque che tale trattamento sia proposto al momento da altri se non per la malattia di Meniere.

In molti pazienti l'insufflazione di aria a pressione (manovra di Politzer) o perfino l'autoinsufflazione con manovra di Valsalva (compensazione) sono in grado di ridurre transitoriamente l'acufene o perfino di determinarne la scomparsa per diversi minuti. Sebbene sia troppo presto per prendere questo dato come prova certa di reversibilità e di alterazione dei liquidi dell'orecchio interno (la cui pressione verrebbe controbilanciata dalla pressione in eccesso inviata all'orecchio medio attraverso la tuba - non preoccupatevi se non capite questo concetto), non è da escludere che tale metodica possa essere impiegata come trattamento complementare. D'altronde non è poi così raro che pazienti inviati alle terme per insuffluazioni endotimpaniche (con diagnosi del tutto errata di otite catarrale, vista l'assoluta normalità dell'esame impedenzometrico al momento della presunta otite) riportino, nonostante la diagnosi del tutto sbagliata, inattesi benefici transitori. Alla luce di questi dati abbiamo inserito autoinsufflazioni con sistema OTOVENT nel protocollo di terapia.

Il trattamento di eventuali alterazioni dell'articolazione temporo-mandibolare, da molti ritenuto possibile causa di acufeni (in contrasto con quanto emerso da una nostra recente ricerca che ha evidenziato un ruolo decisamente minore) è indicato solo quando queste siano tali da comportare altri problemi o abbiano carattere evolutivo o quando l'acufene sia diretta espressione (accertata con la gnatografia e con la consulenza gnatologica) dell'alterazione dell'ATM. In pratica una correlazione diretta tra acufene e ATM, come già detto a proposito della diagnosi, è risultata nella nostra esperienza, molto rara.

Mai hanno avuto posto nel nostro armamentario terapeutico tutti quei farmaci a "presunta" attività sul microcircolo, generosamente prescritti ancora oggi da molti specialisti senza nessuna base razionale. Infatti anche ammettendo che davvero gli acufeni possano essere espressione di un problema di microcircolazione labirintica (il che è senz'altro poco probabile) non si vede come questi farmaci possano pur migliorando la circolazione locale (e non sono poi nemmeno così efficaci in questo) riattivare eventuali cellule ciliate danneggiate se si considera che dopo pochi minuti qualunque tessuto privato dell'afflusso sanguigno (ischemia) è a quanto sappiamo definitivamente compromesso. Ma attorno a questi farmaci c'è un tale giro economico (e sponsorizzazioni di "medici" e di convegni vari, che non ci aspettiamo certo che questo messaggio venga recepito. E purtroppo alcuni tra questi non sono nemmeno "innocenti" o privi di effetti collaterali. La flunarizina, ad esempio, se assunta per molto tempo, può portare ad aumento ponderale, e disturbi extrapiramidali (soprattutto tremore), fortunatamente reversibili con la sospensione del trattamento stesso.

Non abbiamo ancora una plausibile spiegazione per l'efficacia sull'acufene sostenuta da molti pazienti di anti-infiammatori assunti per altre ragioni. Simili testimonianze non sono rarissime, anche nei confronti di acufeni non altrimenti fluttuanti. Abbiamo avviato una ricerca in tal senso per includere eventualmente anche questa opzione terapeutica nei nostri protocolli per ora solo in casi selezionati.

Un anestetico locale, la lidocaina, è stato per un certo tempo proposto, sia in vena che localmente (ma con minor efficacia nel secondo caso) quale possibiole terapia. A parte i rischi di aritmie connessi alla somministrazione intravenosa (il che richiede opportuna prudenza), i benefici si sono sempre rivelati a brevissimo termine e quasi mai persistenti.

Un possibile ruolo terapeutico, per l'acufene, così come per le vertigini della malattia di Meniere, è stato ipotizzato anche per le